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Marchio sonoro di Meloni: la premier registra la voce all'Euipo

Il 5 ottobre 2026 Giorgia Meloni ha depositato all’Euipo un file audio di quattro secondi con la frase «Io sono Giorgia Meloni» come marchio sonoro, per difendersi dai falsi generati dall’intelligenza artificiale.

7 ottobre 2026 3 min di lettura
Marchio sonoro di Meloni: la premier registra la voce all'Euipo

Il 5 ottobre 2026 la presidente del Consiglio ha depositato presso l’Euipo, l’ente dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, un marchio sonoro di Meloni: un file audio di quattro secondi in cui si sente la frase «Io sono Giorgia Meloni». L’obiettivo è ottenere una tutela legale contro i deepfake e la clonazione vocale realizzata con l’intelligenza artificiale generativa, che potrebbe attribuirle dichiarazioni mai pronunciate. La domanda, anticipata dal sito di Repubblica e confermata da fonti di Palazzo Chigi, risulta al momento «oggetto di esame».

Cos’è un marchio sonoro e cosa protegge davvero?

Un marchio sonoro è un segno formato unicamente da un suono o da una serie di suoni, rappresentabile attraverso un file audio. La registrazione di Meloni è collegata a tre tipologie di servizi: contenuti multimediali scaricabili, eventi culturali e organizzazione di manifestazioni politiche. Il deposito non rappresenta una barriera tecnica contro la clonazione: non impedisce a un modello di intelligenza artificiale di imparare o replicare la voce.

Offre invece una tutela giuridica circoscritta al segno sonoro registrato e ai prodotti e servizi indicati nella domanda. Il marchio identifica un particolare segno sonoro, ma ciò non implica che ogni futura imitazione della voce ricada automaticamente nella tutela. La stessa Euipo precisa che nella domanda vanno elencati beni e servizi che il marchio intende coprire.

Perché la clonazione vocale è un problema anche per le imprese?

La voce, che per anni abbiamo considerato un elemento affidabile per riconoscere una persona, oggi può essere separata da chi l’ha prodotta. Per un clone credibile sono sufficienti indicativamente una decina di secondi di audio: un leader politico, un manager o una celebrità mette a disposizione involontariamente ore di registrazioni pubbliche tra interviste, podcast e social network.

Un truffatore può usarle per simulare telefonate, messaggi vocali o videoconferenze e convincere dipendenti o partner a trasferire denaro o condividere dati. Il caso dell’azienda di Hong Kong, svuotata di oltre 25 milioni attraverso una frode deepfake, mostra che il rischio non è teorico. Il numero che compare sul telefono non attesta l’identità del chiamante, un indirizzo email può essere falsificato e una password può essere rubata: adesso anche la voce va considerata replicabile e non affidabile come fattore autonomo di autenticazione.

Chi aveva già registrato la voce in Italia?

Non è la prima volta che una voce italiana finisce all’Euipo. La cantante Giusy Ferreri aveva già depositato la propria voce nei mesi scorsi, ma nessun politico lo aveva mai fatto. La mossa di Meloni si inserisce in una mobilitazione più ampia di chi lavora con la voce: doppiatori, attori e cantanti sono in allarme per lo sfruttamento non autorizzato dei software generativi.

In Italia l’Associazione Nazionale Attori Doppiatori, insieme a voci note come Luca Ward e Flavio Aquilone, ha lanciato campagne per difendere quella che chiama «intelligenza artistica», contro il rischio di un appiattimento culturale. Anche attori internazionali come Scarlett Johansson e Tom Hanks hanno intrapreso battaglie legali o denunciato pubblicamente l’uso non autorizzato delle loro copie digitali.

Come difendersi dai falsi audio nella vita quotidiana?

Gli esperti suggeriscono alcune regole operative. In primo luogo verificare sempre i canali ufficiali: se si riceve un vocale anomalo da un parente, un collega o un ente, interrompere subito e richiamare da un numero o canale già noto. In secondo luogo, fare caso alle stranezze: le IA riescono a replicare la voce, ma spesso falliscono su accento locale, pause naturali e sfumature emotive.

Per concludere, mai cedere alla fretta. Le truffe con audio falsi cercano in genere di creare panico o urgenza per impedire di riflettere e controllare. Anche l’AI Act richiede di segnalare i deepfake, ma i criminali non rispetteranno le regole. Nelle aziende, la clonazione vocale va inserita nei protocolli antifrode, come già si fa per email sospette o pagamenti anomali.

Fonti: RaiNews, iO Donna, Cyber Security 360Apri la fonte