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Faggin: coscienza ed etica umane impossibili da replicare con l'intelligenza artificiale

Allo Human Driven AI Summit di Pompei, il 19 settembre 2026, Federico Faggin è intervenuto in collegamento da remoto sostenendo che coscienza ed etica umane non sono riproducibili da un'intelligenza artificiale.

19 settembre 2026 4 min di lettura
Faggin: coscienza ed etica umane impossibili da replicare con l'intelligenza artificiale

Faggin coscienza intelligenza artificiale: è questo il nodo che il fisico e inventore italiano Federico Faggin ha portato il 19 settembre 2026 allo Human Driven AI Summit, la manifestazione ospitata a Pompei e dedicata al ruolo dell'intelligenza umana nell'epoca digitale. Collegato da remoto, il padre del primo microprocessore commerciale ha affermato che gli aspetti essenziali della persona non possono essere riprodotti da un sistema artificiale, e ha riassunto la sua posizione con una frase netta: «La coscienza ci distingue dalle macchine. L'etica non è un algoritmo, non può essere spiegata». Per Faggin pensare di replicare l'essere umano con l'IA «è una favola».

Chi è Federico Faggin e perché la sua voce pesa

Nato nel 1941, Faggin è uno dei nomi storici della Silicon Valley e non arriva al tema da filosofo di passaggio. Ha firmato il progetto dell'Intel 4004, il primo microprocessore commerciale del 1971, e ha poi guidato lo sviluppo di altri chip che hanno fatto la storia dell'informatica: 8008, 4040, 8080 e z80, con le relative architetture. A lui si deve anche la tecnologia MOS silicon gate, il passaggio tecnico che ha aperto la strada alle memorie a semiconduttore.

I riconoscimenti confermano il peso della sua figura: nel 2010 ha ricevuto dall'allora presidente statunitense Barack Obama la National Medal of Technology and Innovation, nel 2014 il Premio Enrico Fermi. Da anni il suo lavoro si è spostato su un terreno diverso, lo studio della coscienza affrontato con metodo scientifico, portato avanti dalla fondazione che ha creato insieme alla moglie, la Federico and Elvia Faggin Foundation. Chi ha costruito i chip oggi ne indica i confini: è questo a rendere il suo intervento particolarmente rilevante nel dibattito di questi mesi.

Cosa ha detto Faggin sulla coscienza e sul libero arbitrio

Il ragionamento esposto a Pompei parte da una tesi impegnativa: coscienza e libero arbitrio andrebbero considerati presenti fin dall'inizio dell'Universo, perché secondo il fisico la fisica classica — cioè il quadro teorico che descrive il comportamento della materia su scala ordinaria — non basta a rendere conto di questi fenomeni. Da qui la conclusione che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, possa arrivare a contenerli.

Faggin ha collegato la coscienza e la libertà di scelta alla nascita stessa del linguaggio e quindi dell'informazione. Il dato, ha osservato, nasce da lì, ma non esaurisce l'esperienza umana: al dato manca qualcosa che il fisico definisce profondamente umano. Ha anche messo un paletto a una scorciatoia molto diffusa nei dibattiti divulgativi, quella di spiegare la mente ricorrendo alla fisica quantistica: per Faggin le componenti della mente non si possono delegare a quel terreno.

Cosa cambia per chi usa l'IA nel lavoro di tutti i giorni

Chi ha un'attività o una professione non deve trarne la conclusione che l'intelligenza artificiale sia poco utile. Il punto sollevato è un altro e riguarda la delega: un sistema che elabora dati non può assumersi una responsabilità etica al posto di una persona. Quando un software suggerisce a chi concedere una dilazione di pagamento, quale candidato scartare, quale cliente contattare per primo, la scelta finale e le sue conseguenze restano di chi firma.

Tradotto in pratica, significa tenere sempre una persona nel punto in cui la decisione produce effetti su qualcuno: un cliente, un dipendente, un fornitore. Significa anche saper spiegare a voce le ragioni di una decisione presa con l'aiuto di uno strumento automatico, perché se l'unica risposta possibile è «l'ha deciso il sistema», il problema non è tecnico ma di responsabilità. È un criterio semplice, e vale a prescindere da come si voglia rispondere alla domanda filosofica sulla coscienza delle macchine.

L'intelligenza artificiale può diventare cosciente?

Secondo Faggin no, e la sua risposta è tra le più nette che si possano sentire da un tecnologo del suo calibro: replicare artificialmente ciò che rende umano l'essere umano è per lui un'idea illusoria. Va però detto con chiarezza che si tratta di una posizione personale, argomentata a partire da una precisa ipotesi sulla natura della coscienza, e non di una conclusione condivisa dall'intera comunità scientifica, che sul tema resta divisa.

È utile anche distinguere due domande che nel dibattito pubblico finiscono spesso sovrapposte. Una è se un sistema possa provare un'esperienza interiore; l'altra è se possa produrre risultati efficaci, e su quest'ultima nessuno discute. Un modello linguistico può scrivere una risposta convincente senza capire nulla di ciò che scrive, e confondere i due piani porta ad aspettative sbagliate in entrambe le direzioni.

Il contesto: lo Human Driven AI Summit di Pompei

L'intervento si è svolto nell'ambito della seconda edizione dello Human Driven AI Summit, ospitata al Centro Congressi Nexus di Pompei. Due giornate di confronto con oltre quaranta relatori, costruite attorno all'idea di rimettere l'intelligenza umana al centro della trasformazione digitale.

Il timing non è casuale. Il dibattito su sviluppo e sicurezza dell'intelligenza artificiale si è acceso a livello internazionale sul piano tecnologico, economico e politico, e iniziative come quella campana provano a spostare la discussione dalle sole prestazioni dei modelli alle domande su chi decide e con quali criteri. La tecnologia corre, ma la responsabilità di come usarla resta una faccenda umana.

Fonti: ANSA, Blasting News, Zazoom/PrimacampaniaApri la fonte